Note a piè di pagina...

Aprile 2008

liverpoolSono molto indeciso sul valore da assegnare al calcio italiano, attualmente. Molto basso, comunque. I fatti dicono che le squadre dominatrici in campionato, negli ultimi anni, hanno sempre fallito in modo piuttosto clamoroso in Europa. La squadra di Moratti, tanto brava a dominare un campionato in cui ha trovato un solo (quasi) degno avversario, e' finita annichilita da una delle piu' belle realta' calcistiche del mondo. La lezione, peraltro, non si e' limitata all'ambito sportivo, ma e' andata oltre: i vergognosi fischi del pubblico di San Siro all'indirizzo di una squadra che fino all'espulsione aveva giocato molto bene e che, ricordo, e' pur sempre prima in campionato per il secondo anno consecutivo, si sono contrapposti al You'll never wallk alone dei tifosi provenienti dalla capitale culturale europea 2008. Canto che, ricordo, li spinse alla esaltante rimonta sui milanisti dallo 0-3 alla vittoria finale.
Il Milan stesso, pur eliminato da un altra bella squadra inglese - l'Arsenal - puo' sicuramente portare a suo favore non pochi alibi: la fine di un ciclo, giocatori comunque appagati da una vittoria Intercontinentale ancora fresca, avversario in testa a un campionato inglese che in quanto a spessore ed equilibrio nelle zone alte e' tutt'altro discorso rispetto al nostro.
Resta la Roma, forse l'unica formazione italiana capace di proporre qualcosa di molto simile al bel gioco, grazie a un allenatore che, chissa', prima o poi sarebbe un sogno vederlo al Toro.
Ma la curiosita' piu' grande sarebbe quella di vedere squadre nuove affacciarsi alla realta' europea, Fiorentina su tutte, ma anche altre realta' emergenti che negli ultimi anni bene hanno fatto nel nostro campionato. Cosa che non avverra', come al solito, poiche' sembra proprio gia' tutto scritto. Milan in rimonta, in una condotta in campionato che fino all'eliminazione Champions e' stata semplicemente indecente, e goeba che difficilmente si fara' rimontare il discreto vantaggio accumulato.
Insomma, decisamente arduo farsi pervadere da sentimenti di nazionalismo quando si vedono queste spa in azione di fronte a simboli del calcio e dello sport (vero) europeo.

Dicembre 2007

vicenzaIncazzato. Molto incazzato.
Perché ho la sensazione di vivere in un paese in cui non vige il Diritto.
Le trasferte, un tempo, erano per me molto più copiose. Quelle nel settore ospiti intendo, parzialmente lasciate da parte ultimamente a causa dalla passione per la fotografia che impone la ricerca delle zona di ripresa migliore possibile, ma anche - non lo nego - perché il restare al freddo un ora e mezza nel settore ospiti dopo la fine della partita non è il massimo della vita. Soprattutto se dopo hai ore di macchina di ritorno e il giorno dopo impegni che impongono levatacce all'alba e un cervello sufficientemente lucido per ragionare. Un borghesaccio, insomma. Ma che mi venga proibito esplicitamente da un'entità superiore, per colpe che non ho peraltro, proprio non mi va giù.
Ai bei tempi il preliminare era costituito dall'aperitivo, quattro chiacchiere sull'amato Toro, e altre attività per caricarsi. No tranquilli, non intendo niente del tipo "spaccare su tutto", come si dice dalle mie parti.
Poi il match, seguito in mezzo alla tua gente, in una città che per quei 90 minuti ti era nemica perché i colori imponevano la rivalità. Poco contava, magari, che in altre circostanze si era passeggiato per le belle vie del centro della stessa città, apprezzandone le bellezze architettoniche senza pensare al calcio.
E infine l'uscita dallo stadio, a volte piuttosto mesta, altre incredibilmente esaltante perché si era vinto e si era conquistata la città nemica per una notte.
Tutto finiva lì, restava il ricordo di una bella serata passata tra i cori e tra gente che aveva voglia di divertirsi, in un crogiuolo di sensazioni raramente ripetibili in altri contesti.
Ebbene, per i tifosi della squadra degli eroi di Superga tutto questo non sarà più possibile. A tempo indeterminato, naturalmente. Perché pare che in questo paese l'unico rimedio a certe sgradevolissime situazioni di ordine pubblico sia proibire a chicchessia - dal padre di famiglia col bambinetto nella mano al ragazzotto con le mazze ferrate - di accedere a manifestazioni sportive che, per inciso, riguardano lo sport più popolare del paese. Chiaro poi che le care vecchie televisioni avranno le loro impennate di ascolti, perché il calciomane vero se non può andare allo stadio un qualche modo per seguirsi la partita lo deve trovare. Sarà un caso?
Ai posteri l'ardua sentenza

Ottobre 2007 :

L'omologazione del tifoso. Assistendo al Meazza a Milan - Toro ho avuto la riprova di come una parte del calcio italiano sia ormai irrimediabilmente standardizzato. O meglio, anzi peggio, sono i tifosi ad esserlo diventati. Le righe hanno colori diversi, sono agghindate con layout ad hoc, ma alla fine il risultato è sempre lo stesso: strisciate.
La fantastica cerimonia di apertura del match rossonero, per la mia prima volta al Meazza sponda Milan, ha lasciato uno strano sapore plasticoso. Consiglierei innanzitutto all'entourage rossonero di rivedere un pò la scelta degli artisti canterini, a cominciare dalle boyband milanesi utilizzate come colonna sonora, sparate a tutto volume dall'impianto sonoro dello stadio che in quanto a distorsione del segnale audio mi ha ricordato un vecchio giradischi a una cassa che ancora tengo in cantina. Oltretutto il "we will rock you" che ha accompagnato l'ingresso dei loro campioni in campo, di questi tempi, l'avrei evitato viste come vanno le cose al Meazza di questi tempi.
Una brutta prova per le mie orecchie granata, senza dubbio, con il bisogno perenterio di sentirci nel tragitto di ritorno la rassicurante voce di Zaccarelli e Pecci in uno dei miei inni preferiti degli ultimi tempi sentiti tra le mura amiche.
Tralasciando comunque il discorso audio, per rafforzare la mia tesi "cambiano le strisce ma la sostanza non cambia", certamente valuterò di persona quanto avviene in casa Inter e, naturalmente, nel derby di ritorno quando sarà la seconda squadra di Torino ad organizzare il tutto. Certo è che ridurre la partita in sè a mero contorno, temporalmente collocato in mezzo all'evento, tra tanto corollario e fuffa inutile, è in fondo un pò triste. Ricordo alcune coreografie dei rossoneri anni '80, una delle tifoserie più sentite d'Italia, primi ricordi fanciulleschi di un calcio comunque di un altro pianeta, tanti media in meno ma molta poesia in più. Al di là dei colori, naturalmente, vedere quello stadio così asettico e così standardizzato mi ha messo non poca tristezza.
Per fortuna che la voce della Maratona itinerante ricordava che non tutto è perduto, e per qualcuno le ISO 9000 del calcio non ci saranno mai.

maggio 2007

cairoMi interrogavo in questi giorni sul valore da affidare a questo Scudetto vinto dall'Inter di Moratti, dal punto di vista sportivo intendo, dopo anni di meritati "non vincete mai" e di milioni di euro o miliardi di lire buttati all'aria come il combustibile bruciato dalle automobili. Che poi Coppa Italia e Uefa siano da non considerare, è tutto da vedere. Per noi granata orgogliosi di quella maledetta finale Uefa e delle numerose Coppa Italia vinte, è quasi un insulto.
Premetto che, osservando i festeggiamenti dei nerazzurri, ho avuto come una sensazione di "forzatura", di stantio, di non del tutto spontaneo, mentre la mente correva all'esultanza di 10 mesi fa dopo la vittoria sul Mantova del Toro che si riprendeva la serie A. Le domande dei giornalisti, come al solito immancabili e fuori luogo nei momenti di esultanza, riguardo rinnovi contrattuali fatte a 11 giocatori di nazionalità eterogenea, e tante altre belle cose che rovinano la poesia dello sport trasformando gli eroi della pedata in ultramilionari in cerca del miglior contratto possibile, hanno dato il giusto contributo a tale sentore. A parte che, a cominciare dalle solite canzoncine dei vincitori (alcune odiose, ammettiamolo), non riesco a trovare alcuna differenza tra i festeggiamenti di altre rigate e quelle dei nerazzurri. Solito aereo, solito bus sightseeing tour, noia. Molto meglio la mega festa dei romanisti del 2001, almeno loro qualcosa di orginale se lo erano inventati: c'era la Ferilli, il pupone, il Circo Massimo, tanta romanità che dava una forte caratterizzazione alla vittoria. Persino troppa. Feste delle squadre a righe? Mah, che dire. Tutti uguali.
Sportivamente parlando, dicevo. Un campionato senza avversari, stravinto con probabilmente più di 20 punti di vantaggio, non può avere lo stesso peso di uno scudetto del Toro '76 (giusto per dirne uno a caso...) o di un Verona '85. Mai si è avuta la sensazione di lotta, di avversari veramente agguerriti e consapevoli della loro forza. Al contrario, remissivi fin dall'inizio della stagione quando potenziali avversari dichiaravano a gran voce la loro inferiorità. Insomma, si è passati dagli sparring partner che andavano contro la società moggiana già sconfitti a prendere false mazzate al Delle Alpi, alla mancanza totale di contesa sportiva del campionato che va a terminare nel prossimo mese. Il divertimento latita. Viene quasi da dire, con amara ironia, che il divertimento ce lo stiamo creando da soli andando a invischiarci in una lotta salvezza che fino a poco tempo fa, nonostante il filotto di sconfitte invernali, poteva essere evitato con un minimo di attenzione in più. O meglio, con un minimo di Cuore Toro in più: nel vero senso del termine.

marzo 2007

cairoProvando a inquadrare la situazione del Toro attuale, non si può prescindere dal cercare di capire quali siano le responsabilità di ogni nodo operativo della società rinata grazie al lodo Petrucci, prontamente tornata in serie A dopo una buona (ma non esaltante) stagione di B, e quindi costruita per poter ambire subito a un obiettivo che potesse essere ben altro rispetto a una difficile salvezza all'ultima giornata.
Ci provo.
Cairo: immenso il suo operato nella stagione passata, quanto opinabile nelle scelte che da settembre ad oggi ha intrapreso. Con De Biasi il rapporto si era forse incrinato a giugno, quell'allenatore straconfermato nonostante il buio prolungato invernale (guarda caso, di questi tempi) e sostenuto contro l'80% della tifoseria, mal rispondeva ai proclami di gloria più o meno velati che il presidente lanciava per la stagione successiva. Facciamo prima la squadra, diceva il tecnico trevigiano: vediamo cosa si riesce a costruire. Poi vedremo. Parole giuste, da tecnico, da uomo di calcio. Eppure il Toro e i suoi tifosi arrivavano da anni (decenni) di umiliazioni e bassissimo profilo, dove il ramo dirigenziale granata non solo non era stato capace di garantire i minimi risultati sportivi tali da mantenere alto il nostro blasone, ma aveva distrutto quanto rendeva orgogliosi i propri tifosi, annichilendo la storia, radendo al suolo un settore giovanile vicintore di trofei a ripetizione, dimenticando completamente concetti come immagine, marchio e merchandise. C'era insomma bisogno di poter sognare a occhi aperti. E Cairo soddisfava (soddisfa e soddisferà, aggiungo io) alla perfezione la necessità del popolo granata intero. Il marchio è rigenerato, fiorisce merchandise ovunque, alle spalle ci si è lasciati una festa per il centenario sontuosa e indimenticabile, e, soprattutto, nel mondo calcio (trasmissioni sportive, giornali, etc.) abbiamo finalmente un rappresentante che non ti fa vergognare mentre lo senti parlare di Toro. Tutto ok quindi, o quasi. Si è tralasciato il lato sportivo, come sempre più spesso si fa in questo calcio malato: squadra mal costruita, imbottita di doppioni, priva di un attaccante di peso invocato a gran voce fino da giugno, con tanti nomi e un giapponese-marketing che in molti ancora vorrebbero solo capire se possa essere utile alla causa. Qualcosa è andato storto in fase di costruzione dunque, scarsi collegamente tra DG e presidente, tra DG e allenatore poi silurato, tra presidente e allenatore. Ciliegina sulla torta, De Biasi licenziato tre giorni prima del via, inutile aggiungere altro, e squadra affidata a un allenatore dal credo opposto e che, presumibilmente, nessun contributo e/o dettame aveva dato alla campagna acquisti granata. Quattro mesi, poi, passati ad attendere il mercato invernale per portare rimedio alle (evidenti) lacune tecnico-tattiche di una rosa inadatta al modulo zaccheroniano voluto dal presidente, e poi solo un Bovo (non male, ma lungodegente da tempo) e un Coco (chissà quando lo si vedrà in campo, in una forma decente intendo) a coprire due ruoli non del tutto scoperti. Oculato certo, il presidente, a non buttare via soldi in acquisti inutili e fratricidi per le casse granata, in nome dell'ottica "compro solo in ottica futura". Il problema è che il Toro attuale, di questo passo, il futuro ce l'ha dritto in B e Coco e Bovo, prestiti, non lo seguiranno nemmeno.
Zaccheroni: grandi colpe, non gliene dò. Allenatore autoritario e con un credo calcistico ben preciso, proiettato in un contesto che non può in nessun modo far suo poiché non aveva all'inizio gli uomini adatti nè gli sono stati forniti in seconda istanza a gennaio 2007. Una grande sfida per lui riuscire a instaurare la propria tattica in una rosa "debiasiana" e mal disposta a digerire alcune sue scelte, come testimoniano malumori di spogliatoio presenti da settimane e scarsissime prestazioni di giocatori chiamati a sacrifici tattici. Discorso simile a quanto detto per il Presidente, dunque: ammettere i propri limiti ed errori è dannatamente difficile, ci vuole una incredibile dose di altruismo e attaccamento ai colori per cui si lavora per poterlo fare. Zaccheroni ha comunque una bella occasione, può lasciare la situazione - allenatore blasonato e con notevole curriculum - da parziale vittima e non da colpevole principale, poiché le attenuanti (sostituzioni di Rosina e tribune a parte) per ora ce le ha. Fossi in lui non mi lascerei scappare l'opportunità, ora che può.
Squadra: c'è qualcosa che non va, si parla molto di "remare contro" e dopo Lazio / Chievo inizio concretamente a crederci anche io. Non si può diventare così scarsi da un giorno all'altro, a inizio stagione e fino a dicembre gli stessi giocatori che ieri a fatica azzeccavano uno stop mettevano in mostra una tecnica di alto livello e una coesione che faceva pensare a traguardi Champions. Qualcosa si è rotto tra di loro e l'allenatore, è venuto meno il gioco di squadra, sempre più di frequente si sono viste azioni personali a testa bassa, tocchi sbagliati, errori marchiani, malumori durante le sostituzioni e labiali decisamente chiari. E da ultimo il caso Rosina, dimostrazione che i problemi non sono solo allenatore - squadra, ma anche squadra - squadra.

15 gennaio 2007

interistiIl vecchio stereotipo del genitore preoccupato che vede il figlio andare allo stadio, o anche di chiunque allo stadio non ci sia in fondo mai andato, cioè quello del "è diventato pericoloso andare a vedere le partite", da ieri sera (ma in verità da quando mi sono recato per la prima volta all'ex "Comunale") non è più tale. Almeno per quanto mi riguarda. Quando intorno a metà del secondo tempo alle mie spalle è arrivato una sorta di missile con luce verde dal fastidioso settore interista, ne ho avuto la certezza. E se la traiettoria parabolica fosse stata di qualche grado più a destra, tale oggetto avrebbe rimbalzato sul cemento della balconata del secondo anello e si sarebbe spento probabilmente sulla mia incolpevole testa o su quella di un mio vicino, invece che nel bel mezzo delle malcapitate Girls e pubblico antistante (spero che là in mezzo nessuno abbia subito danni). Come antipasto "al razzo verde" c'erano state una bella bomba carta finita tra gli spettatori al confine con il settore ospiti, e un paio di altri razzi spentisi tra i piedi di altrettanti spettatori granata sempre in Primavera. Per non parlare di quanto visto contro la Roma (più o meno gli stessi episodi), e quanto raccontatomi in occasione di Toro - Doria (che mi sono perso volentieri, vi dirò). Quel settore dello Stadio è estremamente insicuro. I Gruppi organizzati granata lato ospiti (ne conto almeno 3 o 4) sono ad alto rischio, soprattutto in presenza di tifoserie decisamente numerose (Inter ieri, o Sampdoria) o particolarmente calde (Roma, ad esempio). E questo è inconcepibile, perché in altri stadi di fabbricazione molto più "antica", vedi Brescia, o Bergamo, o anche Mantova, mi è sembrato praticamente impossibile gettare anche solo una bottiglia vuota di plastica nel settore casalingo vicino agli ospiti. La possibilità invece di scavalcare la recinzione tra i due settori e farsi un giro nella curva avversaria credo sia concreta solo nel nostro bell'Olimpico. Chi ci è stato non può non aver notato con quale facilità tifosi dell'opposta fazione possano arrampicarsi sulle insufficienti barriere, e come la totale assenza di forze dell'ordine o personale dotato di adeguato equipaggiamento favorisca tutto ciò. Contro l'Inter bastava lasciar perdere la partita per un paio di minuti e soffermarsi a guardare la muraglia umana dei 3000 ospiti per rendersene conto. Aspettiamo il ferito grave o il morto per mettere una qualche rete, oppure chi di dovere pensa di prendersene carico? Per favore, diamoci da fare.

15 dicembre 2006

granata beneventoAlcune piccole soddisfazioni negli ultimi giorni, ma nemmeno tanto piccole se vogliamo. In primis la mia trasferta a Bergamo (mi piace dire di essere stato in trasferta ad Albinoleffe, in verità) a vedere quell'altra squadra odiosa e insopportabile ridotta a giocare contro gli orgogliosi valligiani bergamaschi (una bella favola sportiva, peraltro) che loro stessi avevano additato come simbolo dei nostri ripetuti anni in serie B. Ridotti a scendere in campo contro la squadra di Mondonico, a subire addirittura una espulsione (come cambiano i tempi!) e a non riuscire nemmeno a vincere, evitando tra l'altro la sconfitta solo grazie al fatto che l'avversario non avesse forza nelle gambe e tecnica sufficiente davanti al portiere. Niente male, nel ritorno da Bergamo il sorriso mio e dell'Opinionista era largo. Niente male anche la richiesta di derby amichevole avanzata dalla dirigenza bianconera e la risposta di Urbano Cairo, senz'altro condivisibile poiché è proprio vero che per un anno la gente granata può attendere una partita sì importantissima ma da giocarsi quando l'avversario si sarà purificato con un annetto (temo non sarà di più) di Albinoleffe, Frosinone e La Spezia. Alla fine il derby deve essere giocato per un obiettivo vero, per aggiungere ulteriore rivalità a una sfida che resta comunque la più interessante che il Toro possa giocare. O no? Infine, pubblico volentieri qui a lato una fotografia inviatami da un tifoso del Benevento, domenica hanno ricordato anche loro il centenario del Vecchio Cuore Granata. E' questo lo sport che mi piace.

27 ottobre 2006

Non è mica facile essere obiettivi di questi tempi, la prestazione di Oguro a detta di alcuni non ha convinto, mentre a detta di altri il solo fatto che un misterioso giapponese (misterioso?) fosse là davanti a reggere le sorti dell'attacco insieme a Stellone era sufficiente per rispolverare centravanti di altri tempi nemmeno tanto remoti, dal vistoso Magallanes al guizzante e a tratti spettacolare Ivic. Mi limito a sottolineare che il povero Masashi avesse bisogno di un interprete anche per le urla del Zac; sicuramente ai più attenti live e tv-live non sarà sfuggita l'altrettanta misteriosa presenza in panchina di un individuo inedito al fianco del nostro allenatore, tutto intento a mimarne gesti e parole ma con stile senz'altro più orientaleggiante. Unico neo, al momento della sostituzione del legnoso Di Loreto con l'acclamato Elvis il suddetto traduttore richiamava per sbaglio Masashi, che incredulo sfoggiava una delle sue migliori espressioni di stupore. Accortosi dell'errore, riprendeva il suo posto nel ruolo di seconda (terza) punto. Io credo nel nostro giapponese, probabilmente leggendo tra le righe del mio prezioso commento di Toro - Fiorentina ve ne sarete pure accorti. Facciamo chiarezza, avvalendoci della celeberrima Wikipedia: Masashi è una delle promesse più brillanti della nazionale giapponese, visto che ha segnato tre volte in sole quattro partite di qualificazione per la Coppa del Mondo FIFA 2006, (inclusi i gol importantissimi contro Corea del Nord e Iran). Ha segnato anche il gol della vittoria contro la Grecia alla FIFA Confederations Cup del 2005, l'unico campionato importante al quale ha partecipato fino ad oggi. Il suo momento è arrivato nella stagione 2004, quando ha segnato 20 volte per il Gamba Osaka, la squadra per la quale ha giocato nelle giovanili. Non è un attaccante molto fisico, però ha talento nel trovare spazio e segnare. Ora è al Toro: forza Masashi.

17 ottobre 2006

In un calcio sempre più in disuso (ma si, usiamo questo termine che mi sta bene) si susseguono storie ed episodi che di certo non contribuiscono a "far tornare la voglia", quella bella di un tempo. Il tifoso disilluso si ritrova a guardare il Toro con uno stato d'animo che da anni non conosceva più. Affronta gli ultimi 20 minuti di Chievo, in altri tempi un buon motivo di ansia dove il suddetto para-ultras senza mentalità ultras era solito consumare unghie e mani, in una condizione di rilassamento quasi totale. La passata domenica il granata sorseggiava una bevanda non alcolica, cercava degli emblemi TRD da qualche parte nel web, riusciva persino a prendersi lunghe pause per osservare le foglie degli alberi ingiallirsi fuori dalla finestra. Nel mentre, le immagini scorrevano dietro di lui e lo spauracchio Tiribocchi (ben supportato da un non inedito Bruno) tentava di violare quella che un tempo era stata la sua porta. Poi tutto finiva, l'appassionato granata si godeva la vittoria e trovava di nuovo la voglia per occuparsi con rinnovato piglio degli amici rigati e del loro Treviso. La sera guardava qua e là, ritrovando personaggi televisivi odiosi, poco o niente avvezzi a partite seguite allo stadio (forse nemmeno in tv), avvocati annoiati in attesa dell'n-esimo appello che darà gloria a loro e altri sconti ai mistificatori, senza dimenticare i teatrini tra un altro non inedito Sottil e quello svedese simpatico con un cognome balcanico. C'è Plymouth vs Burnley domenica alle 15. Da non perdere.

10 ottobre 2006

E' il momento della resurrezione degli juventini. Ora che si sono accorti di essere in grado di dominare la B e quindi di poter tornare a esercitare il loro sport preferito, che non è certo il calcio, ma quello di vincere (cioè, veder vincere la loro squadra), e successivamente di sentirsi campioni del B-Mondo, ritornano copiosi a infierire su di te. Per loro cambia poco, sia l'avversario il Maccabi Haifa (record negativo del Delle Alpi) o il Piacenza di Gigi Cagni (stadio tutto per loro), la vittoria ne rigenera la linfa vitale. Alla fine, amaramente, ammetto anche che l'illusione di vederli marcire laggiù ancora un paio di anni sia destinata ad estinguersi in fretta, dati quei 3-4 giocatori in loro possesso che oggettivamente nella cadetteria ti fanno la differenza, e dato anche quella sorta di silente rispetto di avversari e non che con il passare delle giornate inizia a prendere corpo. Pazienza, con la speranza che il duo Cairo+Zac sappia dare dignità al campionato granata mi consolo organizzando la trasferta di Albinoleffe insieme al prestigioso opinionista. Mi sono sempre chiesto, racchiuso in quell'orrendo settore ospiti dell'Azzurri d'Italia, come fosse la visuale dalla tribuna. Lo saprò il 18 novembre. E poi chissà, direzione verso La Spezia...

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