DIETRO IL CASO IAQUINTA


25.08.2005

L'esclusione dalla rosa dell'Udinese di Vincenzo Iaquinta, attaccante dei bianconeri friulani passato nel giro di 7 giorni dallo status di Stella D'Europa dopo la tripletta al Panathinaikos a quello di separato in casa Pozzo, è solo sotto certi aspetti un fulmine a ciel sereno.
Anzi, oltre ad essere una storia che ad Udine è già stata vista, è indicativa della fatica che facciano i club non appartenenti alla ristretta fascia delle solite note (le due che vincono e la terza che, solitamente, guarda), non solo a raggiungere uno status che sia qualcosa di più della "bella realtà di provincia", ma ad osare aspirare a qualcosa in più.
Il meccanismo è chiaro, e lo dimostra ampiamente il caso del Chievo 2001-2002: quando sei la squadra rivelazione diventi subito la "provinciale effervescente", si sprecano elogi e articoli sul "miracolo della provincia", arrivano i libri e gli special RAI; questo finché dura l'onda.
Poi hai 3 possibilità: o torni nel tuo limbo della zona retrocessione ( e di te non si parlerà più) , o ti stabilizzi a centro-classifica (nessun fastidio) o aspiri a qualcosa in più.

E qui cominciano i guai.

Già due anni fa, dopo il posto UEFA conquistato con la vittoria a Genova, Vittorio Pozzo, oculato patron dei friulani, espose la sua idea di fare dell'Udinese una stabile realtà dei quartieri alti del nostro calcio.
Un progetto serio,cementato da anni di glorie (il terzo posto di Bierhoff e Zaccheroni) e di piazzamenti e vittorie comunque prestigiose.
Ipotizzare la costruzione di un Verona anni 80' o (con meno mezzi) di una Sampdoria stile Mantovani era pensiero gradito non solo ai tifosi ma agli appassionati, esasperati dal duopolio.
Ma pozzo non ha fatto i conti con lo stato di avvilente servilismo che circonda ormai da anni la provincia del calcio italiano, che vede il 4° posto come il massimo dei traguardi. Non è forse un'osservazione ossessivamente ripetuta, sui giornali e alle tv, dagli allenatori di quelle squadre di media fascia che pure battono Milan e Inter?
Viene da pensare che, oltre alle trame intessute in provincia da certi noti dirigenti, volti a fare riserve di caccia delle grandi non più i vari Monza o Atalanta (come accadeva negli anni '70-'80), ma anche società con maggior "bacino d'utenza" (frase molto gradita all'inamovibile presidente della FIGC Carraro), questa convinzione di non poter arrivare al di là delle briciole della mensa sia penetrata anche nella testa di molti giocatori.
Non dei tifosi, da sempre abituati a pretendere dalle società prospettive anche irrealistiche (e lo vediamo in questi giorni a lecce), ma proprio dei protagonisti del pallone.
il problema che affronta l' udinese è grave, perché è al riprova di come sia impossibile rompere il duopolio Milan-Juve finché i giocatori non credono realmente al progetto di vincere o almeno realizzare buoni risultati in provincia.
L' atteggiamento tenuto già in passato da Pozzo verso Pizzarro e Jankulovski, e ora verso iaquinta, è purtroppo l'unica arma rimasta ai presidenti, specie quelli che aspirino a costruire qualcosa di più del solito, verso giocatori attratti sempre più dai soldi e sempre meno dal piacere della sfida sportiva.
Fa sorridere Pizzarro che dice di essere venuto all' inter per "essere protagonista in Europa", e altrettanto da sorridere lo facevano, questa estate, le dichiarazioni di iaquinta "disposto ad essere la quarta punta a Milano o Torino" (a Torino, casomai, la sesta.).
Perchè questa voglia di andarsene da un ambiente che, come ha mostrato la magica serata del Friuli mercoledì scorso, ha tutto, ma proprio tutto, per giocarsela con le solite?
All'avidità dei calciatori (e dei loro manager) va aggiunto il gioco, spesso sporco, dei grandi club.
già anni fa ricordiamo Muzzi che "piaceva alla juve" la settimana prima di uno juve-udinese (con rigore poi, fatalità, sbagliato dallo stesso Muzzi). E, proprio ieri. Capello ricordava di essere stato lui a suggerire anni fa l'acquisto di iaquinta alla Roma, dicendo di apprezzarlo molto.
Ciò che è sbagliato, o quanto meno intempestivo, della decisione del club friulano, è la decisione di tenere fuori l'attaccante proprio alla vigilia del match con la bestia nera dell’ Udinese (1 sola vittoria interna negli ultimi 25 anni) che ricorda anch'essa altre decisioni del passato , come Uliveri che tenne in panchina Baggio prima di un Bologna-Juve.
Tutte decisioni, chissà perchè, prese alla vigilia di gare contro la stessa, identica, formazione.
Forse, i preconcetti mentali, secondo cui a vincere devono essere sempre gli stessi, oltre che nella testa dei giocatori delle "seconde linee", abitano anche, ed è più grave, in quelle di allenatori e dirigenti.
tornando, per concludere, al caso Iaquinta:
Si può , SERIAMENTE, parlare di mobbing aziendale quando il dipendente vittima guadagna 500.000 euro all'anno?

Siamo seri, per favore.

 

 

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